Dal cassonetto in poi: come funziona la raccolta differenziata del tessile?

Di Guya Manzoni

Nel marzo 2020 la Commissione Europea ha proposto un nuovo e ambizioso piano d’azione per l’economia circolare, che coinvolge in maniera diretta e prioritaria il settore tessile.

Fra le varie azioni, il piano prevede la raccolta differenziata obbligatoria dei rifiuti tessili da parte di tutti gli Stati Membri entro il 2025, partendo dal presupposto che “Prolungare la vita dei prodotti tessili è il modo più efficace per ridurne significativamente l’impatto sul clima e sull’ambiente. (…)”

L’Italia ha voluto anticipare l’applicazione di questo obbligo, che è dunque in vigore, per noi, dal 1 Gennaio 2022.

L’obiettivo della norma è quello di diminuire l’impatto del settore tessile incentivando il riutilizzo ed il riciclo dei vestiti, in particolare di quelli che non vogliamo più.

Ma di cosa parliamo quando parliamo di rifiuto tessile? Come funziona la raccolta? E soprattutto, cosa viene fatto dei nostri vestiti?

PREMESSA: COME VENGONO GESTITI I RIFIUTI IN ITALIA?

La gestione dei rifiuti urbani è un sistema complesso che coinvolge il sistema legislativo, amministrativo ed attuativo, e viene dunque gestito a diversi livelli, tra competenze statali, regionali, provinciali e comunali.

Lo Stato si occupa di definire i criteri generali per la gestione dei rifiuti (regolati dal d.lgs 152/2006 art.195), mentre alle singole Regioni spettano le funzioni di pianificazione, il compito di definire l’organizzazione della raccolta differenziata e la gestione degli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti.

Alle Province e ai singoli Comuni spettano invece le funzioni operative: sono infatti le amministrazioni comunali a stabilire, ad esempio, le modalità del servizio (e dunque le diverse tipologie di contenitori, le isole ecologiche, i giorni di raccolta, etc.) e di trasporto, oltre che le misure di tutela igienico-sanitaria da seguire durante le varie fasi di gestione dei rifiuti.

Dal punto di vista pratico, i Comuni a loro volta subappaltano attraverso bandi di gara la gestione dei rifiuti urbani a “enti gestori”: a Milano è Amsa S.p.A (che dal 2008 fa parte del gruppo A2A), a Firenze è Alia Servizi Ambientali S.p.A., a Roma è Ama S.p.A e così via.

Per riassumere:

-Lo Stato dice come si fa, definendo il quadro normativo (a sua volta, seguendo le direttive e leggi Europee)

-Le Regioni pianificano e organizzano

-I Comuni e le Province definiscono la gestione operativa

-Gli enti gestori eseguono e si occupano direttamente della raccolta

Questa premessa è utile per capire da quanti livelli è composta la “filiera dei rifiuti” (attenzione: stiamo parlando SOLO della gestione dei rifiuti urbani, e non della gestione dei rifiuti di aziende e imprese!) e quanto sia complessa e ramificata la responsabilità della sua corretta gestione.

ARRIVIAMO AI VESTITI: CHI SE NE OCCUPA?

Altra premessa fondamentale: dal momento in cui il nostro abito finisce nel cassonetto di raccolta, non viene considerato beneficienza, come molti pensano, ma RIFIUTO, e come tale, per legge, deve essere gestito.

La legge n°166 del 19 Agosto 2016 (Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi) contiene infatti un paragrafo che traccia un confine fra donazione e rifiuto.

Sostanzialmente, se un privato cittadino si reca presso la sede di un ente con l’obiettivo di donare i propri vestiti perché qualcun altro ne faccia uso, siamo nell’ambito della donazione a scopo benefico.

Se invece gli stessi vestiti li gettiamo nel cassonetto, la nostra intenzione è di buttarli: da quel punto in poi verranno dunque considerati rifiuti, e la loro gestione seguirà un iter e una normativa specifica.

Per trattare questo specifico rifiuto i Comuni subappaltano la gestione ad altri soggetti, nello specifico cooperative, consorzi, imprese sociali, enti no profit.

Mentre per i rifiuti urbani il Comune paga l’ente gestore perché se ne occupi, per quanto riguarda i vestiti funziona in maniera diversa: il costo del servizio di raccolta non viene pagato dal Comune, ma l’azienda che se ne occupa genera ricavo della vendita del materiale raccolto.

Qui entrano in gioco dunque due aspetti fondamentali: innanzitutto, la raccolta degli abiti usati si basa sul lavoro di soggetti privati che, da questa raccolta, devono generare profitto. In secondo luogo, questi soggetti da un lato si prendono l’onere della raccolta, dall’altro hanno piena libertà nel decidere (nei termini di legge, ovviamente) cosa fare dei nostri ex vestiti.

I soggetti che si occupano della gestione dei rifiuti tessili sono molti e diversi fra loro, così come diverse (seppur regolate da regolamentazioni, leggi e codici etici) sono le modalità con cui gestiscono i nostri vestiti.

Alcuni, fra i più conosciuti e citati, sono la Società Consortile HUMANA, la Rete R.I.U.S.E. (che coinvolge Caritas Ambrosiana, le Cooperative Vesti Solidale e Di Mano in Mano), ma sono circa 2.300 in Italia i soggetti che si occupano, a vari livelli, della gestione dei rifiuti tessili pre e post consumo.

COSA SUCCEDE AI NOSTRI VESTITI?

Ok, siamo arrivati al cassonetto. E poi?

Per noi il processo, in qualche modo, finisce qui: ci siamo disfati del vestito, della borsa, delle scarpe (ma anche lenzuola, coperte, asciugamani e tutto ciò che è realizzato in tessuto) che non utilizziamo più e abbiamo dato a qualcun altro la responsabilità di gestirlo.
In realtà questo è un problema non da poco, perché le persone, quando conferiscono i propri abiti usati nei cassonetti, sono per lo più convinte che quegli abiti siano raccolti per poi essere donati a persone bisognose. Invece non è proprio così!

Dal cassonetto in poi, ci sono numerose strade che il nostro vestito usato può intraprendere…

Innanzitutto i cassonetti vengono svuotati, e i sacchi vengono trasportati presso magazzini di stoccaggio.
Può darsi che già in questa fase alcuni enti vendano o subappaltino a loro volta i rifiuti tessili raccolti ad altre aziende (i cosiddetti “selezionatori”), specializzate in attività di cernita e preparazione per il riutilizzo.

A questo punto, è necessario capire cosa si è raccolto: si passa dunque a una prima fase di selezione.
Si realizza un prima cernita per dividere i capi per tipologia (giacche, pantaloni, uomo, donna, etc.), e si comincia nel frattempo anche a dividere quello che è in buono stato da quello che non lo è.

I capi o i prodotti tessili che vengono scartati in questa prima fase vengono separati e avviati al riciclaggio che, dipendendo dalla tipologia di fibra (naturale o sintetica) e dalla qualità, può consistere nella produzione di pezzame a uso industriale (stracci e strofinacci da usare in ambito metalmeccanico, tipografico e per la protezione di pavimenti), oppure nella sfilacciatura.

Qui il nostro ex vestito, a questo punto ridotto in brandelli di tessuto, può essere destinato alla creazione di nuovo filato (per le fibre naturali, come lana e cotone), alla produzione di materia prima riciclata che a sua volta tornerà a essere fibra (per le fibre sintetiche, tipo il poliestere), oppure rimanere “triturato” ed essere destinato a diventare imbottitura (per esempio per le auto) o materiale fonoassorbente.

I capi che hanno superato la prima cernita, invece, e che quindi sono stati “salvati” e ritenuti idonei al riuso, vengono sottoposti a una seconda fase di selezione: questa fase viene effettuata manualmente da personale specializzato, che deve essere in grado di riconoscere il valore dei vestiti.
Perché?
Per capire a quale mercato destinarli: sì, perché i nostri vestiti usati, quelli che non volevamo più e pensavamo di “donare ai poveri”, in realtà vengono venduti.

Se i capi sono di pregio, vintage, in ottimo stato, vengono destinati al mercato italiano e europeo, venduti in balle o nei negozi second-hand degli enti benefici che li hanno raccolti.
Quelli “un po’ meno belli” ma ancora indossabili vengono invece destinati all’esportazione.
Secondo il report ITALIA DEL RICICLO 2021, realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da FISE UNICIRCULAR su dati ISPRA, per l’Italia i principali mercati degli abiti usati destinati al riutilizzo sono la Tunisia e l’Est europeo, che assorbono da soli oltre un terzo delle esportazioni. Flussi significativi sono avviati anche ad altri mercati africani, come per esempio Ghana e Niger.
Nel 2019 l’Italia ha esportato verso questi paesi 14.311 tonnellate di abiti usati.
Vero è che ne importiamo anche, circa 3.324 tonnellate, prevalentemente da Germania, Svizzera e Austria.
In realtà esportiamo anche gli stracci, quelli di cui abbiamo parlato prima, perché mica possiamo tenerceli tutti… In particolare, li mandiamo in India, Pakistan e Cina.

Muoviamo dunque, fra import ed export, 17.000 tonnellate di vestiti usati all’anno (il 20% in più rispetto al 2010), e questo interscambio di abiti “rifiutati” ha un valore non scontato: approssimativamente 12 milioni di euro.

Senza voler nulla togliere alle buone pratiche e agli obiettivi benefici dei vari soggetti che si occupano della raccolta (e senza chiudere gli occhi, però, su quanto sia fumosa e poco tracciabile in molti casi la filiera), dobbiamo comunque prendere atto che quello che si crea intorno ai “vestiti che non usiamo più” è un vero e proprio business, che muove ogni anno milioni di euro e che, soprattutto, fa emergere tre principali problemi.

Il primo: la tracciabilità, perché è difficile monitorare davvero dove vanno a finire questi vestiti… E di conseguenza, il secondo: esportare rifiuti, di qualsiasi tipo siano, verso paesi che non sono in grado di gestirli, significa ancora una volta seguire la logica del “not in my backyard”, e dare a qualcun altro l’onere di gestire i nostri scarti.

E infine, il terzo problema, l’impatto ambientale: questi vestiti hanno già fatto il giro del mondo prima di arrivare nei nostri armadi… E continuano a viaggiare (e a inquinare) anche dopo che li abbiamo buttati.

IL FUTURO: SIAMO PRONTI A UNA CORRETTA GESTIONE DEI RIFIUTI TESSILI?

Fino a Gennaio 2022, la raccolta degli indumenti e degli accessori usati era gestita in maniera “libera” e soprattutto non obbligatoria dai Comuni. Per questo i famosi cassonetti della raccolta degli indumenti non si trovano ovunque e in ogni città.
La raccolta era dunque vincolata alla volontà del Comune di raccogliere e gestire gli indumenti e, in parte, anche alla discrezionalità degli enti di raccolta: come abbiamo visto, i costi di gestione ricadono su di loro, e dunque se mettere un cassonetto in uno sperduto comune di provincia non è funzionale (raccolgo pochi vestiti, e i costi sono più alti dei profitti), il cassonetto, lì, non c’è. Con buona pace degli abitanti, a cui non resta che gettare il vestito usato nell’indifferenziata.
Ora, con le nuove normative europee, lo Stato italiano si è impegnato a rendere obbligatoria la raccolta… Senza aver però predisposto un sistema efficiente per farlo!

Manca dunque, per ora e nonostante la buona volontà sulla carta, una strategia nazionale in grado di supportare soprattutto quelle realtà virtuose che lavorano in ottica davvero circolare.

Nel frattempo, la nostra responsabilità di consumatori rimane prima di tutto la consapevolezza, e soprattutto, l’impegno a tenere i nostri vestiti in circolo, e comunque il più possibile lontani dal cassonetto!

IMAGES CREDITS: Manteco, UNIRAU

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