Canapa: una storia millenaria di sostenibilità

Di Guya Manzoni

Quando si parla di tessuti sostenibili si pensa immediatamente a quelli naturali. Fra questi, però, ce ne sono alcuni meno impattanti di altri.

Uno di questi è la canapa, ovvero la fibra tessile naturale ottenuta dalla lavorazione della parte fibrosa della Cannabis Sativa, pianta erbacea della famiglia delle Cannabaceae.

Benché negli ultimi decenni, a partire dalla metà del secolo scorso, questa pianta sia stata gravemente stigmatizzata, se fossimo nati all’inizio del ‘900 non sarebbe stato affatto strano passare fra i campi e trovarci enormi distese di queste piante, che arrivano a raggiungere i 5 metri di altezza, e che trovava (e trova) applicazioni ecocompatibili nei più svariati settori, tanto da far pensare, oggi, che la sua eliminazione dalle nostre economie sia stato un gravissimo passo indietro in termini di sostenibilità.

MA PARTIAMO DALL’INIZIO…

Per la precisione dal… Neolitico! La canapa accompagna infatti lo sviluppo umano da sempre: esistono testimonianze archeologiche del suo uso che risalgono alle antiche civiltà dell’Europa Orientale e dell’Asia già nel 10.000 a.C., diffondendosi poi, nell’età del bronzo, in Cina, in India e in Medio Oriente.

Mappa del persorso etno-botanico della Cannabis Sativa

Per migliaia di anni la pianta di canapa ha fatto parte della vita quotidiana di diverse culture in tutto il mondo; accompagnando le migrazioni delle popolazioni, essa si diffonde per tutto il globo, e così i suoi svariati usi: dal campo alimentare, alla medicina, al foraggiamento del bestiame, alla produzione di carta e alla tessitura.

Dalle dinastie dell’Antica Cina ai Sumeri, ai Vichinghi, dal Giappone passando per l’Antico Egitto, i Romani e l’Antica Grecia, il corso della Storia offre numerose testimonianze di come questa pianta abbia affiancato lo sviluppo delle civiltà umane nel corso dei millenni.

Cosa aveva dunque di così speciale?

UNA PIANTA “STUPEFACENTE”

Dal punto di vista agricolo e produttivo, la Cannabis Sativa è una pianta “facile” e super efficiente: nasce spontaneamente nei climi temperati, ma può sopportare i climi più diversi; può essere coltivata su terreni poveri, inutilizzabili per l’agricoltura alimentare e anzi, viene spesso usata come coltura a rotazione grazie alla sua capacità di ricostituire il terreno con preziose sostanze nutritive. Ha cicli di crescita estremamente rapidi (circa 3 mesi), il che significa che gli agricoltori possono contare su diversi raccolti all’anno. Abbina inoltre una alta resa ad un basso impatto sull’ambiente: consuma poca acqua, non ha bisogno di pesticidi e diserbanti perché naturalmente non è soggetta all’attacco di parassiti.

Inoltre, si offre a svariati usi, perché della pianta si usa tutto, la fibra, le foglie, i semi… Non si butta via niente! Le caratteristiche di questa pianta hanno risposto fin dai tempi più antichi ai bisogni essenziali degli esseri umani, ed è questo probabilmente il motivo che ha reso la Cannabis così fondamentale per le civiltà umane.

Innanzitutto, il bisogno di cibo: i semi di canapa vengono utilizzati per produrre farina e olio, entrambi molto ricchi di vitamine e proteine, che sono stati alla base dell’alimentazione per millenni. L’olio è usato anche per la produzione di sapone (in tempi più moderni, ha trovato ampio uso nel settore cosmetico) e per l’illuminazione.

Il secondo, grande bisogno a cui la canapa rispose sin dall’antichità è quello di cura: fin dal 2000 A.C. la Cannabis Sativa veniva prescritta per curare i malesseri più disparati: gotta, reumatismi e malaria, epilessia, rabbia, ansia e bronchite, infiammazioni, mal di denti e mal d’orecchi… Immense sono le testimonianze dell’uso medico della Cannabis nel corso della storia, nonché dei suoi usi mistici e rituali.

Poi, il bisogno di coprirsi: ecco che la pianta risponde, e dai suoi lunghi steli si ricava una fibra adatta alla tessitura. Il risultato è un tessuto qualitativamente eccellente, durevole e resistente, che può essere impiegato sia per l’abbigliamento che per uso industriale.

Tessuto e filato di canapa
La fibra

Per l’abbigliamento si ricava un tessuto piuttosto simile al lino, dalle molte proprietà: è termoregolante, cioè trattiene il caldo d’inverno e rimane fresco d’estate, è resistente e, seppur all’apparenza e al tatto può sembrare un po’ grezzo, in realtà si ammorbidisce e acquista comfort con l’utilizzo.

Inoltre, recenti studi hanno rilevato che proprio i cannabinoidi presenti nelle fibre posseggono qualità antibatteriche, tanto che si sta sperimentando l’uso della canapa nel tessile per uso sanitario.

L’uso tessile industriale ha avuto il suo miglior campo di applicazione nell’industria navale, per la quale si produceva cordame e vele, per i quali era necessaria e molto apprezzata la resistenza del materiale.

Il nostro Paese, non molti lo sanno, è sempre stato un grande produttore di canapa per uso tessile: la marina mercantile italiana, fin dall’ascesa delle repubbliche marinare, veniva allestita grazie alla fibra di questa pianta, e la leggenda vuole che anche le vele delle Caravelle di Cristoforo Colombo furono realizzate con una tela di canapa!

Negli anni del colonialismo la produzione crebbe sempre con maggiore intensità, e l’Italia divenne persino esportatore di canapa per la potente e smisurata flotta dell’Impero Britannico.

Un altro bisogno a cui la canapa rispondeva è stato quello di poter scrivere, comunicare, tramandare: dalla stoppa e dalla parte legnosa del fusto della canapa, che altro non sono che gli “scarti” di lavorazione della fibra, si può produrre, infatti, la carta. Et voilà: la circular economy!

Sembra strano pensarci, in effetti, ma la carta così come la conosciamo oggi, quella fatta con gli alberi, per intenderci, è stata inventata solo nel 1800: la famosa Bibbia di Gutemberg (il primo libro stampato con la tecnica dei caratteri mobili, nel 1453) fu stampata su carta di canapa, così come la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Un altro bisogno ancora: costruire. La canapa, grazie al suo potere termoisolante, era ed è ancora perfetta per realizzare materiali da costruzione resistenti ed ecocompatibili, nel settore che oggi chiamiamo bioedilizia.

Subendo dunque un percorso tortuoso, fatto di rapide ascensioni e battute d’arresto (come durante il Medioevo, quando un’enciclica papale condannò l’uso della Cannabis), attraverso migrazioni, invenzioni e nuove scoperte, questa incredibile pianta ha accompagnato lo sviluppo della civiltà umana lungo il corso dei millenni.

In tempi più moderni, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie, ecco un nuovo sviluppo, ancora al passo coi tempi, ancora sorprendente: con la canapa si possono fare persino i biocarburanti e le bioplastiche.

HENRY FORD E LA HEMP BODY CAR

Non tutti sanno che nel periodo fra le due guerre mondiali, quando i metalli venivano prevalentemente usati per supportare lo sforzo bellico, il magnate americano visionario Henry Ford (sì, quello della Ford e del Fordismo!) realizzò il prototipo di un’auto, la Hemp Body Car, realizzato in una – resistentissima – bio-plastica di canapa (composta da fibre di canapa, di agave e da cellulosa di grano, unite da un legante di resina) e alimentata da un biocombustibile sempre a base di canapa. L’unico acciaio nell’auto era il telaio tubolare saldato.

Lo studio del prototipo durò 12 anni e fu presentato nel 1941 dal magazine di settore Popular Mechanics, e durante le presentazioni del modello un entusiasta Mr Ford colpì l’auto con un martello (testimonianza nel video!) per dimostrare che la bio-plastica a base di canapa era “10 volte più resistente dell’acciaio”.

“Perché esaurire le foreste, che hanno richiesto secoli di lavoro, e le miniere, che hanno richiesto secoli per stabilirsi, se possiamo ottenere l’equivalente dei prodotti forestali e minerali nella crescita annuale dei campi di canapa?” ~Henry Ford

Il Signor Ford, purtroppo, morì nel 1947 senza avere la possibilità di portare avanti questo suo incredibile progetto (Ci pensate? Una macchina biodegradabile?!).

IL PROIBIZIONISMO E IL DECLINO DELLA CANAPA

Anche negli Stati Uniti, dunque, la Cannabis Sativa aveva trovato spazio, non solo con Ford, ma anche prima della sua avvenieristica invenzione: i famosi Presidenti Jefferson e Washington erano coltivatori di piante di canapa, e questa industria risultava tanto fiorente quanto remunerativa, tanto che negli USA era permesso pagare le tasse… Con la canapa, invece che col denaro!

Nel 1937, però, il Presidente Roosvelt firmo il Marijuana Tax Act, che impose tassazioni proibitive sulle coltivazioni di canapa, dando inizio di fatto al proibizionismo e alla stigmatizzazione di questa coltura che si diffuse rapidamente in tutto il mondo.

La campagna contro la Cannabis di Hearst

Non sono in pochi a sostenere che fra i fautori della messa al bando della canapa ci fossero le lobby del petrolio statunitensi (non molto contenti del bio-carburante hemp-based di Ford) insieme a due colossi nascenti dell’industria americana: da un lato la famosa casa editoriale/cartaria Hearst, la maggior sostenitrice tramite i suoi quotidiani della campagna anti cannabis, che aveva appena effettuato enormi investimenti sulla carta da albero; dall’altra la famosa azienda DuPont, che proprio in quegli anni brevettò il Nylon.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, però, il governo statunitense revocò temporaneamente il Marijuana Tax Act ed anzi, nel 1942 rilasciò un film dal titolo Hemp For Victory, che incoraggiava gli agricoltori a coltivare canapa per lo sforzo bellico perché altre fibre industriali, spesso importate dall’estero, scarseggiavano.

Dopo la guerra le misure tornarono ad inasprirsi e vietarono definitivamente la coltivazione della canapa. Furono dunque due i fattori che portarono al declino questa industria e l’esclusione della canapa dall’economia mondiale dal secondo Dopoguerra: da una parte il rapido diffondersi delle fibre sintetiche, che soppiantarono l’uso della canapa nel mondo tessile.

Dall’altra, sulla scia del proibizionismo americano, un altro fattore fondamentale fu la messa al bando della Cannabis Sativa a seguito della “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti” una campagna internazionale che venne sottoscritta anche dall’Italia nel 1961.

Per quanto ci riguarda, l’addio definitivo avvenne nel 1975 con  la “legge Cossiga” (Legge n. 685 del 22 dicembre 1975, “Disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope”), a seguito della quale la canapa sparì dal territorio nazionale.

CANAPA: MA É LEGALE O NO?

In generale, su questa pianta c’è stata sempre una gran confusione, e il controverso dibattito ha sempre impedito una classificazione botanica della Cannabis Sativa in via definitiva; tuttavia nel 1976 i botanici E.Small e A.Cronquist mettono “un punto”, e nella loro pubblicazione del 1976 “A Pratical and Natural Taxonomy for Cannabis” introducono una nuovo sistema di classificazione che viene generalmente accettato.

Questa tassonomia definisce che esiste una unica “specie-madre” (Cannabis sativa L.), e considera le varianti come 3 sottospecie della medesima famiglia: esistono dunque la Cannabis Sativa L. subspecie Sativa, la Cannabis Sativa L subspecie Indica e la Cannabis Sativa L. subspecie Rudelaris, una variante spontanea scoperta dal botanico russo D.E. Janischevsky.

Cannabis Sativa

Dunque: un’unica famiglia, un’unica specie, 3 sottospecie. Cosa le distingue? Cosa rende una pianta illegale e l’altra no? A fare questa distinzione è il chemiotipo, ovvero il “corredo” di principi attivi presenti nelle diverse varietà.

La Cannabis sativa L., infatti, non è una specie uniforme dal punto di vista del contenuto in principi attivi; questi principi attivi sono chiamati cannabinoidi, e, sebbene la pianta di Cannabis ne contenga più di 100 tipi diversi, i più “famosi” sono il THC (tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo).

Senza addentrarci troppo nella chimica, basti sapere che queste molecole producono effetti molto diversi sul nostro organismo: il THC è responsabile dell’effetto psicoattivo della cannabis, mentre il CBD non produce alcun effetto psicoattivo e le sue principali proprietà sono associate perlopiù ad effetti benefici e rilassanti.

Nel distinguere dunque una pianta illegale da una legale, dunque, si utilizza (per riassumere) il rapporto fra THC e CBD prodotti dalla pianta: le varietà legali, utilizzate per la produzione di fibra e per usi industriali hanno di solito un rapporto tra THC/CBD inferiore allo 0,05.

Nel corso del tempo, le sottospecie sono state mano a mano selezionate e ibridate per produrre l’effetto “desiderato”: in alcuni casi, più sostanze psicoattive per produrre marijuana (che si ricava dalla infiorescenze della pianta), in altri casi per produrre una pianta più resistente, ricca di fibra e produttiva per altri usi.

Ma se sappiamo come distinguerle, il problema qual è?

Come sottolinea Federcanapa, nella normativa italiana, che si sovrappone a quella europea, esiste un rilevante margine di ambiguità tra gli usi leciti e quelli illeciti della pianta: in teoria in Italia è permessa (anche nelle leggi sopracitate) la coltivazione della canapa industriale, ovvero quella con una concentrazione di sostanze psicotrope (del THC) inferiore allo 0,6%.

D’altra parte però, le normative sono complesse, ambigue e fuorvianti, e sicuramente non supportano e anzi, disincentivano questo tipo di coltivazione.

Risulta dunque incredibile pensare al nostro paese solamente alla metà del secolo scorso, quando, con ben 100.000 ettari coltivati a canapa, l’Italia era un importante produttore mondiale, secondo solo all’Unione Sovietica. In tempi non troppo antichi, dunque, la coltivazione della canapa ha rappresentato uno dei comparti più vivi del nostro settore agricolo-manifatturiero.

In un periodo storico come quello che stiamo attraversando, dove la ricerca di una relazione più sana con l’ambiente che ci circonda è una priorità, un materiale organico, rinnovabile, biologico ed eclettico come la canapa andrebbe sponsorizzato, promosso e incentivato: così come ha fatto nel corso dei millenni, potrebbe essere la soluzione perfetta per rispondere ai bisogni dell’Uomo in un’ottica di (vera) sostenibilità.

Fonti:

https://www.researchgate.net/publication/303022479_Tassonomia_della_Cannabis https://cannabiscienza.it/pubblicazioni/pianta/metabolomica-cannabis/#2 https://www.agronomy.it/index.php/agro/article/view/1552/1197 https://cfda.com/resources/materials/detail/hemp

Immagini via Pinterest

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