Donne lavoratrici nell’industria della moda: genere, stereotipi e disuguaglianze fra le trame dei nostri vestiti

women fashion industry

Di Guya Manzoni

Lo sappiamo: l’industria dell’abbigliamento sta crescendo in maniera esponenziale, soprattutto negli ultimi anni, generando numeri da capogiro sia in termini di quantità di vestiti prodotti (più di 100 miliardi ogni anno), sia in termini di fatturati, ma anche (ed è questo che ci interessa di più) in termini di effetti negativi sull’ambiente e sulle persone.

Un’altra cosa che sappiamo è che il settore è noto per le sue condizioni di lavoro tutt’altro che dignitose, e che i grandi marchi scelgono di rifornirsi e di delocalizzare la propria produzione in paesi dove i lavoratori non sono tutelati e dove, dunque, produrre è “più conveniente”.

Un aspetto che invece spesso viene sottovalutato è il ruolo e la condizione delle donne che, all’interno di questo sistema di disuguaglianza, povertà e sfruttamento, subiscono conseguenze ancora più estreme.

La discriminazione di genere è il risultato di tanti e diversi fattori che concorrono a perpetrare stereotipi, pregiudizi, segregazione occupazionale, divario retributivo e disuguaglianza di accesso alle opportunità che mettono le donne in una posizione di emarginazione.
Aspetti economici, sociali e culturali sono strettamente interconnessi in un vincolo di cause-effetto, per questo è impossibile, ad esempio, parlare del divario retributivo senza considerare le opportunità formative, o parlare di violenza di genere senza considerare gli aspetti culturali che la perpetrano. Questa interdipendenza di fattori riguarda ovviamente tutto il globo, e nel Nord del mondo non ne siamo certo immuni; ma in alcuni luoghi del mondo essi generano un circolo vizioso in cui le donne rimangono ancora più gravemente intrappolate.

Sono proprio questi i paesi in cui hanno sede i più grandi stabilimenti produttivi dell’industria dell’abbigliamento, e dove risiede la maggior parte dei 75 milioni di lavoratori e lavoratrici che la alimentano.
Di questi, circa l’80% sono di sesso femminile
: poter parlare di “donne”, adulte, sarebbe già un aspetto positivo; invece stiamo parlando anche di ragazze e bambine.

Istruzione ed educazione sono i primi elementi a supporto di bambine e ragazze nel difficile processo di consapevolezza, emancipazione e costruzione della propria autonomia sia sociale che economica, ed infatti sono alla base del 5° obiettivo dell’ONU per lo sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals) che riconosce la parità come un diritto umano fondamentale e ambisce a eliminare il divario di genere entro il 2030.

É però importantissimo comprendere come, se da un lato la disuguaglianza di genere e l’emarginazione femminile sono uno dei limiti ad uno sviluppo sano e sostenibile, dall’altro è proprio su questi che il sistema economico del fast fashion basa il proprio meccanismo di sfruttamento e guadagno.

VIOLENZA DI GENERE COME PRATICA PER “PRODURRE DI PIÙ”

“In tutto il mondo, le donne subiscono violenza sul lavoro, indipendentemente dalla loro origine, dal reddito e dal settore in cui lavorano. Tuttavia, la violenza e le molestie specifiche di genere sono più comuni in quei settori in cui molte donne lavorano in posizioni scarsamente retribuite, in cui hanno scarsa autorità decisionale e quindi si trovano comunemente in rapporti di dipendenza con superiori per lo più di sesso maschile.”

(WAGES AND GENDER-BASED VIOLENCE, Clean Clothes Campaign, Ottobre 2020)

All’inizio del 2020 il Bangladesh Center for Workers Solidarity (BCWS) e FEMNET hanno pubblicato i risultati di un ampio studio condotto nelle fabbriche del Bangladesh, che ha messo in luce l’allarmante portata di molestie e violenza sui luoghi di lavoro. Circa il 75% degli oltre 600 lavoratori intervistati (642 in totale, di cui 484 donne e 158 uomini) ha riferito di subire regolarmente violenza di genere nelle fabbriche, e circa il 75% di questi è regolarmente vittima di molestie sessuali.

Abusi verbali, insulti e umiliazioni sono poi all’ordine del giorno, e in buona parte sono dovuti alla pressione produttiva dei grandi marchi del fast fashion, che spingono i proprietari delle fabbriche a tempi di consegna sempre più veloci; questi ultimi, a loro volta, fanno pressioni su lavoratori e lavoratrici perché producano più velocemente: il 64% delle lavoratrici intervistate riferisce di essere sottoposta a un’enorme pressione sul luogo di lavoro, e un terzo è stato minacciato o picchiato dai propri superiori.

Le organizzazioni evidenziano come ai casi di molestie solo in rari casi fanno seguito reclami formali alla fabbrica: innanzitutto la maggior parte delle donne non ha modo, tempo e possibilità di accedere a organizzazioni sindacali che le tuteli; in secondo luogo, provenendo spesso da famiglie conservatrici, la denuncia dell’abuso subito porta con sé gravi conseguenze sociali e ulteriore emarginazione.

Gli stereotipi di genere sono una chiave culturale indispensabile per comprendere come sia difficile emanciparsi: l’idea che una donna debba essere docile, fragile e passiva, e che debba accettare il suo ruolo e la sua condizione di emarginazione sena lamentarsi è un preconcetto culturale radicato, anche (purtroppo) nella mente delle donne stesse. Per questo denunciare maltrattamenti, molestie e abusi diventa in alcuni casi un tabù praticamente insuperabile.

Ad aggravare ulteriormente una situazione già di per sé problematica è la precarietà delle condizioni lavorative. Spesso le donne lavorano con contratti temporanei, quando non a cottimo o senza contratto: la mancanza di tutele e la possibilità di poter perdere il lavoro da un momento all’altro mette le donne nella condizione di subire maltrattamenti, abusi verbali, minacce e violenza pur di non rischiare di rimanere senza salario.
Bisogno economico e di sicurezza diventano dunque uno strumento di sottomissione nelle mani del datore di lavoro che, nei rari casi in cui una donna denuncia un abuso, o “crea problemi” facendo valere i propri diritti, può mettere in atto il ricatto economico: i contratti non vengono rinnovati, oppure si subiscono minacce di licenziamento o di trasferimenti punitivi in altri reparti o in altri stabilimenti produttivi, magari lontani dalla propria casa e dai propri figli.
La perdita del lavoro, che metterebbe a rischio la sussistenza propria e della famiglia, diventa così un’ulteriore arma per costringere le donne a subire abusi pur di non perdere una seppur misera fonte di sostentamento.
La questione, purtroppo, è tristemente semplice: se il misero salario che ricevi è indispensabile a nutrire i tuoi figli, sei costretta a subire abusi e maltrattamenti senza reagire.

LAVORO DOMESTICO E QUALITÀ DELLA VITA

Sulle spalle delle donne, ricade, inoltre, buona parte del lavoro domestico e di cura non retribuito, che è un altro un fattore chiave delle disparità di genere: se a livello globale questo carico viene già suddiviso in maniera non equa all’interno del nucleo familiare (l’uomo se ne occupa per meno di un terzo del tempo rispetto alla donna) in paesi in cui l’accesso a strutture assistenziali e scolastiche è scarso o inesistente, questo divario aumenta: l’ILO (International Labour Organization) riporta che in Asia le donne dedicano all’assistenza familiare, ai lavori domestici e alla cura dei figli tempo ed energie 4 volte tanto rispetto agli uomini.

Oltre alle sfide della vita lavorativa, dunque, il carico di cura non retribuito genera ulteriore disparità: le donne non hanno tempo e occasione da dedicare all’istruzione e alla formazione, che permetterebbero loro di accedere a situazioni di lavoro più specializzate e meglio retribuite; a questo si aggiunge la mancanza di opportunità di aggregazione e l’impossibilità di partecipare alla vita politica della propria comunità.

Questi sono per le donne un ulteriore elemento di emarginazione, perché rimangono segregate in una situazione di povertà, di dipendenza dal marito o dalla famiglia, senza possibilità di colmare dunque il divario culturale e educativo.
In altri casi invece (è il caso ad esempio di Cambogia, Cina, Vietnam) esiste una separazione spaziale tra le zone di produzione, dove vivono le lavoratrici e i lavoratori dell’abbigliamento, e le zone rurali dove vivono le loro famiglie (compresi i loro figli).
In questi casi le donne, pur di aumentare il reddito del proprio nucleo familiare, sono costrette a migrare e a risiedere in alloggi per lo più precari vicini ai grandi luoghi di produzione, obbligate a rinunciare al diritto di stare con le proprie famiglie, mentre la cura dei bambini si aggiunge al carico di lavoro di altre donne, per lo più anziane, che rimangono nelle zone rurali.
La lontananza dal proprio luogo di origine crea una evidente disgregazione dei legami sociali, lasciando le donne lavoratrici sole, senza relazioni; questo contribuisce ad aumentare il senso di impotenza, di fragilità e a perpetrare gli stereotipi culturali di cui già sono vittime.

LAVORO SOMMERSO E DIVARIO RETRIBUTIVO

Un altro grave problema che coinvolge in particolare le donne è il lavoro sommerso.
Ovviamente in una situazione di povertà anche il minimo introito diventa importante per il nucleo familiare; spesso però le donne non possono allontanarsi da casa, perché è lì che si prendono cura di anziani e bambini.
Sfruttando questo bisogno la lunga catena del subappalto e dello sfruttamento dell’industria dell’abbigliamento arriva a tendere i suoi tentacoli fino alle case delle persone: alcune fasi della lavorazione dell’abbigliamento (come ad esempio ricami, applicazione di perline e paillettes, annodature, applicazione di bottoni e frange) non necessitano di macchinari industriali per la loro realizzazione, per queste fasi vengono dunque impiegate lavoratrici a domicilio, che sono per la maggior parte donne e ragazze, che spesso cominciano a lavorare da bambine.
Se il lavoro in condizioni “formali” è degradante, umiliante e senza tutele, immaginate quello informale! Sindacati, garanzie e contratti, qui, sono di fatto inesistenti, e i salari ancora più miseri.
Nel 2019 il rapporto “Tainted Garments: The Exploitation of Women and Girls in India’s Home-based Garment Sector” pubblicato da Siddharth Kara, ricercatore presso il Blum Center for Developing Economies dell’Università della California, ha evidenziato che le condizioni del lavoro a domicilio sono ancora più degradanti di quelle in fabbrica: il guadagno è a cottimo, cioè definito non in base all’orario lavoro (difficile da verificare nel lavoro domestico) ma in base al numero di pezzi lavorati; il che impone alle lavoratrici di lavorare anche fino a 15 ore al giorno per poter avere un introito che, secondo lo studio citato, si aggira intorno al $ 0,15 l’ora.
Di fatto, una moderna e non dichiarata forma di schiavitù, che si nasconde dietro definizioni come quella di “salario minimo”.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento, e cioè che il lavoro delle donne “vale meno” di quello degli uomini. Il divario retributivo coinvolge di fatto le donne in tutto il mondo: la stima è che il salario femminile, in qualsiasi posizione e in qualsiasi settore, sia in media del 20% inferiore (a livello globale!) rispetto a quello maschile.

Alla luce di questi elementi, che vi invitiamo ad approfondire attraverso i link e le fonti citate nel testo, è da leggere il Fashion Transparency Index pubblicato recentemente da Fashion Revolution.

Trasparenza significa anche poter verificare che condizioni di abuso, violenza, disparità ed emarginazione non siano nascosti fra le trame dei nostri vestiti: non esiste un capo di abbigliamento “sostenibile” che sia realizzato grazie allo sfruttamento di un altro essere umano.


Fonti e approfondimenti:

www.unwomen.org

www.cleanclothes.org

www.ilo.org

www.hrw.org

www.unicef.org

Immagini via Pinterest

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