Di Guya Manzoni

La scena artistica è da sempre il termometro che ci permette di misurare il “polso” della società: storicamente, i movimenti artistici si definiscono, si manifestano ed esplodono per mettere in luce e in discussione limiti e incoerenze del periodo storico che vanno attraversando.
Non è un caso quindi che una delle forme contemporanee dell’arte sia la Trash Art (o upcycled art), un movimento che sta ispirando molti artisti in tutto il mondo, portando con sé un forte messaggio di critica riguardo al consumismo e all’impatto del nostro modo di vivere e consumare sul Pianeta.
Plastica, metalli, vetro e altri rifiuti che finirebbero a riempire le discariche o a galleggiare negli oceani sono diventati, nelle mani di alcuni artisti, una forma di arte sorprendente capace di innescare un nuovo tipo di pensiero e di guardare al “rifiuto” con occhi differenti.
Questo tipo di atteggiamento verso gli scarti è una vera e propria innovazione estetica dei materiali usati nelle pratiche artistiche, ma non è nuova o recente: i primi a utilizzare “strani oggetti” furono i dadaisti, all’inizio del secolo scorso.

IL BELLO OLTRE I CANONI PRESTABILITI

Cos’è bello? Cos’è arte? Qual è il ruolo dell’artista nella società?

Il movimento dadaista si interrogava innanzitutto sul significato del concetto di estetica, e voleva sconvolgere e sorprendere il mondo dell’arte dal suo interno: l’obiettivo era mettere in discussione il “bello”, e tutti i canoni secondo cui un oggetto veniva considerato tale.

“L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un’opera d’arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all’unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l’umanità?”
(Tristan Tzara, Primo manifesto del Dadaismo, Parigi, 1918)


Coi dadaisti l’opera d’arte rivendica il diritto di non essere solo “bella” e fine a se stessa, perché non possono esistere principi di bellezza universali; lo fa proponendo opere che escono dai canoni estetici fino ad allora riconosciuti, utilizzando materiali che fino ad allora non erano concepiti per essere “artistici”.
L’altro passaggio importante è il ruolo dell’arte: stiamo parlando di un’epoca, i primi del ‘900, di forti cambiamenti sociali, e anche di forti disuguaglianze.
Il Manifesto Dada viene redatto nel 1918, e il contesto storico ci parla: pochi decenni dall’inizio della Rivoluzione Industriale, la nascita della borghesia, le disparità fra chi è ricco e diventa sempre più ricco, e chi è povero e diventa sempre più povero… E, non ultima, ovviamente, la devastazione causata dal Primo Conflitto Mondiale.
Se fino ad allora l’opera d’arte era un oggetto da esporre per rendere evidente la propria appartenenza ad uno status sociale, coi dadaisti l’arte si propone di smettere di essere al servizio di questo meccanismo di riconoscimento, e lo fa in maniera ironica, irriverente e dissacrante, rivendicando anche il diritto di farsi strumento di critica al sistema e al mercato dell’arte conosciuto fino a quel momento.

“ Forse che l’arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi?”
(Tristan Tzara, Primo manifesto del Dadaismo, Parigi, 1918)

L’idea di fondo del ready-made (letteralmente “già fatto”), che sta alla base della sperimentazione artistica del movimento, è quella di un oggetto banale dall’uso quotidiano che viene decontestualizzato, privato della sua funzione originaria ed elevato allo status di opera d’arte.
Per il dadaismo, tutto è arte: Dada è libertà, e il valore artistico viene riconosciuto nella capacità di un’opera di risvegliare lo spettatore, invitandolo a trovare bellezza e senso dove convenzionalmente non esiste.

La grande potenza provocatrice di questo movimento fa sì che diventi il presupposto fondamentale delle esperienze artistiche della seconda metà del XX secolo, e sarà poi l’ispirazione di successivi movimenti artistici, come il New Dada americano (da cui ha poi origine la Pop Art) negli anni ’60, cui fa eco, in Europa negli stessi anni, il Nouveau Réalisme.

UPCYCLING: L’ARTE DI RESTITUIRE VALORE

Così come il Dadaismo, anche la Trash Art, con l’utilizzo di materiali non certo immaginati o considerati nel mondo dell’arte, innesca un pensiero critico nei confronti dei canoni estetici universalmente riconosciuti, aggiungendo però contenuti diversi.
Mentre infatti per il movimento dadaista l’utilizzo di materiali inusuali aveva la funzione di mettere in discussione, sconvolgere e sorprendere il mondo dell’arte, oggi, con la Trash Art, l’aspetto concettuale si affianca in maniera più incisiva alla volontà di esprimere attraverso le opere un messaggio di denuncia sui temi dell’inquinamento, della minacce ambientali e del consumismo.
E’ interessante osservare come il concetto di upcycling (ovvero il concetto di aumentare il valore d’uso di un oggetto) trovi spazio anche nell’arte: da un lato l’esaurimento delle risorse naturali incoraggia la ricerca di nuove forme d’uso di materiali esistenti; dall’altro non si tratta solo di riciclare i materiali, ma anche di creare oggetti, opere, che superano il valore economico, culturale e sociale del prodotto originario.
Un esempio fra tutti di questo aumento di valore nell’arte contemporanea: l’opera Dog Days del famoso e controverso artista Damien Hirst, realizzata con mozziconi di sigaretta, è stata battuta dalla casa d’aste Sotheby’s per 289,800 Sterline.

L’associazione concettuale di un oggetto di scarto con un’opera, che vediamo in una galleria o esposta in un museo, distorce in effetti la nostra visione della realtà: le opere d’arte sono costose, preziose. Il rifiuto non vale niente.
Ed è proprio qui l’effetto prorompente di questa forma artistica: la dissonanza amplifica l’effetto del messaggio di denuncia e dissenso che queste opere vogliono comunicarci.

Qui qualche esempio, non di certo esaustivo del panorama artistico della Trash Art contemporanea, ma che si propone come stimolo alla ricerca di quante, incredibili e inaspettate forme può assumere ciò a cui non diamo più valore e che, distrattamente, buttiamo via.


Matthias Garff: natura e biodiversità

Cinciallegre, tordi, colibrì, ma anche cavallette, coleotteri e farfalle.
Tutto il mondo di Matthias Garff ruota intorno agli animali, che vengono realizzati con gli stessi rifiuti che mettono in pericolo il loro ambiente naturale.
Gli oggetti che usa sono per lo più oggetti trovati nella vita quotidiana (tappi, carte di caramelle, lacci per capelli) con i quali crea creature magiche, ciascuna con una personalità distinta che, mentre da un lato esaltano l’incredibile diversità nel mondo naturale, dall’altro ci mostrano la sua vulnerabilità.


Bordalo II: street art dai rifiuti

Bordalo II è un artista portoghese, famoso che per sue gigantesche opere di arte pubblica realizzate con materiali di scarto: rottami, vecchi pneumatici, elettrodomestici, rifiuti plastici di ogni tipo (persino giocattoli!) si trasformano in sculture o installazioni murarie che di certo non passano inosservate.
Nei lavori di Bordalo II è più che evidente la insita denuncia al materialismo consumista, ma anche la incredibile capacità di generare un impatto positivo attraverso l’arte: dall’inizio della sua carriera, infatti, Bordalo II ha ridato vita attraverso le sue opere a ben 115 tonnellate di materiali!



Serge Attukwei Clottey: la strada di mattoni gialli

Le taniche gialle di plastica (dette anche galloni) arrivano in Africa dall’Europa o dall’America come contenitori per l’esportazione del petrolio, e vengono poi riutilizzate per trasportare e immagazzinare acqua: sono uno strumento di uso quotidiano nei quartieri poveri e nei villaggi, e rappresentano il simbolo della grave carenza di acqua sul territorio africano. Ma ce ne sono migliaia e migliaia, e finiscono il più delle volte per essere abbandonati, creando un grave problema ambientale: in Africa la plastica è un problema enorme, perché ne vengono importate grandissime quantità ma non esistono infrastrutture per la raccolta e il riciclo.
L’artista ghanese Serge Attukwei Clottey ne ha fatto l’oggetto/soggetto delle sue opere, e un movimento artistico: l’Afrogallonismo.


Tagliando, assemblando e cucendo insieme queste taniche di plastica, Serge crea delle gigantesche installazioni gialle, enormi “tappeti” grazie ai quali l’artista esplora i temi della giustizia ambientale e sociale.
La sua opera rappresenta un forte strumento di denuncia per le tonnellate di plastica che l’Occidente dissemina per il mondo, ma è anche di più: grazie al suo lavoro, l’artista coinvolge decine di persone nella raccolta dei galloni nelle discariche, per strada e sulle spiagge, generando un impatto economico positivo sulle comunità.
E ironicamente Serge ha trovato un modo, non solo simbolico, di restituire la plastica all’Occidente: sotto forma di opera d’arte.


Annarita Serra: plastica dal mare

Nata in Sardegna e cresciuta a Milano, Annarita Serra dopo un lungo periodo nel mondo del marketing ritorna alla passione per l’arte e alla terra dove è nata, scoprendone le meravigliose spiagge invase dai rifiuti.
E’ così che la plastica “sputata dal mare”, diventa protagonista delle sue opere.
La sua serie Plastica dal Mare vede personaggi iconici prendere vita dagli oggetti che con pazienza Annarita raccoglie dalle spiagge, pulisce e divide per colore, per poi assemblarli, come mosaici: cucchiaini del gelato, giocattoli da spiaggia, accendini, tappi, tubi, mollette…
L’idea è quella di riprodurre un’immagine riconoscibile, che attrae l’attenzione e che, osservata da vicino, rivela la moltitudine di oggetti inusuali con cui è stata creata.
Grazie a queste sue opere Annarita è fra i primi artisti italiani a utilizzare l’arte come strumento per sensibilizzare sul tema dell’inquinamento causato dalla plastica nei mari.



Martha Haversham: la moda (ri)trovata

Il rifiuto di qualcuno è il tesoro di qualcun altro!
Martha Haversham dà vita a questo concetto nella sua serie di lavori intitolata “Found Fashion”, un gioco di parole che ironizza sul termine fast fashion ricreando piccoli collage che rappresentano capi di abbigliamento e accessori realizzati con oggetti di uso quotidiano abbandonati e trovati in giro.
Nel presentare le sue opere sul suo profilo Instagram, Martha mostra spesso il binomio fra il gesto di raccogliere il rifiuto per strada e l’opera che ne deriva: i mozziconi di sigaretta diventano pantaloni, una mascherina usata prende la forma di una gonna, una lattina diventa una borsa, e ci invitano a domandarci cosa sia, veramente, la moda spazzatura…