Di Guya Manzoni

L’industria della moda produce fra i 100 e i 150 miliardi di capi di abbigliamento ogni anno. Di questi, solamente circa 80 miliardi di capi vengono effettivamente venduti.
Questo primo elemento ci suggerisce il primo enorme problema: lo spreco non deriva solo dall’eccessivo consumo di capi che poi vengono gettati via, ma è insito nel modello di business dell’industria della moda.

Produciamo più di quello che possiamo comprare.
Compriamo più di ciò che possiamo usare.
Generiamo rifiuti come conseguenza.

LO SPRECO COME MODELLO DI BUSINESS

L’industria della moda utilizza una quantità infinita di risorse finite (pensate all’acqua, per esempio) per produrre enormi quantità di oggetti di cui non abbiamo bisogno, e che finiscono per diventare rifiuti.

Ma in realtà il focus di questa catena dello spreco ruota tutta intorno al valore dei capi prodotti, non solo alla loro quantità.
Nel 2018, ad esempio, H&M ha registrato un invenduto pari a 4,3 miliardi di dollari. Una perdita del genere avrebbe messo in ginocchio qualsiasi compagnia, ma questo non è successo con H&M: questo perché il valore economico di questa perdita di guadagno era già stata calcolata nel processo di produzione, compensata con i salari a basso costo della forza lavoro che produce i capi e con la scarsa qualità dei materiali utilizzati per produrre questi beni invenduti.
La logica è semplice: se io non do (il giusto) valore agli elementi che vanno a comporre il prezzo finale del mio prodotto, posso permettermi di produrre di più, tanto non ci perdo niente.
Significa sostanzialmente che il modello di business del fast fashion è pensato e costruito (consapevolmente, se no non sarebbe un modello di business…) per scaricare la perdita economica della sovrapproduzione sugli elementi più deboli della catena produttiva.

DALL’ARMADIO ALLA SPAZZATURA

La sovrapproduzione non colpisce solo i lavoratori dell’industria dell’abbigliamento, ma anche chi i vestiti li acquista: una ricerca negli Stati Uniti ha evidenziato che ciascun consumatore butta una media di 70/80 libbre (circa 35 chili) di abbigliamento all’anno.

Perché li buttiamo?

Di solito, lo scopo è quello di liberare i nostri armadi da capi di scarso valore che non vogliamo più per fare spazio ad altri capi di scarso valore più nuovi.
Questa suggestione in effetti non è che il meccanismo perverso in base al quale le catene di abbigliamento fast fashion gestiscono la sovrapproduzione e ci invogliano a comprare di più: introducono costantemente sul mercato nuovi prodotti (Zara circa 200 nuovi modelli a settimana, Asos circa 7000 nuovi modelli a settimana), così c’è sempre qualcosa di nuovo pronto a sostituire qualcosa che è diventato vecchio troppo in fretta.

E in tutto questo, che fine fanno i vestiti che gettiamo via, che non usiamo più?

Per retaggio culturale, siamo abituati a pensare innanzitutto che qualcuno, da qualche parte del mondo, abbia bisogno di quello che noi scartiamo, dei nostri rifiuti.

Parte di questi vestiti entrano quindi nel circuito della beneficienza.

E’ vero che “someone’s trash is someone else’s treasure”, ma avete idea di cosa significhi diventare involontariamente i “beneficiari” di tutta questa compassionevole beneficienza?

I VESTITI DELL’UOMO BIANCO MORTO

Dead White Man’s Clothes è un progetto di ricerca realizzato dall’organizzazione no profit The OR Foundation, fondata nel 2016 da Liz Ricketts e Branson Skinner.
Dead White Man’s Clothes è la traduzione dell’espressione akan Obroni Wawu, che significa letteralmente “i vestiti dell’uomo bianco morto”.

Questa espressione è quella che definiva i capi di abbigliamento usati che arrivavano in Ghana dai paesi del Nord del mondo: bisognava essere morti, in effetti, per rinunciare a così tante cose; così si pensava all’inizio, quando il commercio dell’abbigliamento di seconda mano è cominciato.
Negli anni ’60, il Ghana aveva da poco ottenuto l’indipendenza, e indossare abiti dei “ricchi bianchi occidentali” era un simbolo di prestigio – e di colonizzazione culturale – ; i capi erano se non altro considerati di alta qualità in termini di finiture, vestibilità e durata.
Poi è arrivato il fast-fashion, e le quantità di capi di abbigliamento che i compassionevoli abitanti del ricco Nord del mondo donavano e commerciavano sono diventate insostenibili.

Su questo si basa lo studio della OR Foundation, che ha luogo al mercato di Kantamanto, ad Accra: il più grande mercato di abbigliamento di seconda mano dell’Africa occidentale, se non il più grande del mondo.

Ogni settimana a Kantamanto vengono scaricati circa 15 milioni di articoli: 60 milioni di capi di abbigliamento al mese, nella capitale di un paese che ha una popolazione nazionale di poco più di 30 milioni di persone.
I maggiori esportatori in Ghana sono il Regno Unito e poi il Canada, seguiti da Stati Uniti e Paesi Bassi, quindi Cina, Corea, Australia e altri paesi.

Photo: Dead White Man’s Clothes project

Gli indumenti di seconda mano arrivano in Ghana in balle, ognuna è confezionata in base al tipo di articolo: jeans da uomo, top da donna, abiti da uomo, ecc.
Ciascun rivenditore acquista la sua balla “alla cieca”, ovvero senza poter sapere cosa contiene, se non la tipologia di capo; una volta realizzato l’acquisto, deve cominciare la cernita, ordinando i capi in base alla qualità.
In media, il 18% dei capi appartengono alla prima selezione: sono capi nuovi, ancora col cartellino del prezzo. Significa che arrivano a Kantamanto come vestiti usati, ma nessuno, mai, li ha effettivamente indossati.
La seconda selezione comprende articoli leggermente indossati, della misura appropriata per il mercato del rivenditore e in buone condizioni, e costituisce in media il 30% della balla.
La terza selezione è tutto ciò che sembra indossato, è fuori moda, è danneggiato, non è il tipo di indumento corretto o è della taglia sbagliata. In media, la terza selezione rappresenta oltre il 45% di ciascuna balla. Il resto è considerato una quarta selezione chiamata ‘asei’ o spazzatura e di solito viene gettato a terra per essere inviato direttamente in discarica.

Ovviamente, e con evidenti conseguenze sulla già fragile economia dei commercianti, ogni acquisto è una scommessa, e non sempre si è abbastanza fortunati da trovare queste percentuali di merce “buona”: in generale, la ricerca stima che circa il 40% dell’abbigliamento che arriva a Kantamanto finisce in discarica quasi immediatamente.
Ciò equivale ad almeno 500 tonnellate di vestiti che vanno nelle discariche che circondano Accra ogni settimana, oltre al numero smisurato (ma elevato) di articoli che vengono scaricati o bruciati in modo informale.

Photo: The OR Foundation

Quello che facciamo, quindi, è spostare i nostri rifiuti costringendo qualcun altro a farsi carico della nostra spazzatura.
Secondo la vecchia logica del NIMBY (not in my backyard, ovvero lontano da casa mia!) le conseguenze della sovrapproduzione e dell’eccessivo consumo non gravano su chi effettivamente l’ha generato (il Nord del mondo) ma vengono spedite – letteralmente – il più lontano possibile e chiedendo a qualcun altro di farci i conti.
Ma la verità è che, per quanto lontano possiamo spedire i nostri rifiuti, non esiste un mercato in grado di assorbire l’eccesso del nostro stile di vita.

RIFIUTO O RISORSA?

Bisogna riconoscere che il mercato di Kantamanto è un vero e proprio laboratorio a cielo aperto: innanzitutto i commercianti non solo vendono capi usati, ma li lavano, li rammendano, li tingono, li stirano, li modificano: facendo così, allungano la vita di 20-30 milioni di articoli al mese.

In più, gli acquirenti ghanesi hanno un approccio molto meno passivo alla moda, l’abbigliamento è visto come materiale che possono modificare, ricreare e ricostruire; se il capo che gli piace non è perfetto, non si lasciano scoraggiare: lo acquistano e lo portano dal sarto di famiglia per riadattarlo. E così, nei dintorni di Kantamanto, l’industria della sartoria su piccola scala è ancora fiorente.

Questa è la grande differenza culturale, la capacità di guardare lo stesso oggetto con occhi differenti: Kantamanto è un fulcro di creatività – di upcycling – di sostenibilità, da cui il Nord del mondo ha molto da imparare.

Photo: Dead White Man’s Clothes project